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Conseguenze della recente depenalizzazione sulle statuizioni civili: Sezioni Unite Penali n. 46688 del 7.11.2016

Com’è noto, con i decreti legislativi nn. 7  e 8 del 15 gennaio 2016 sono stati depenalizzati una serie di reati minori, mediante due modelli alternativi: con il primo provvedimento alcune fattispecie già di rilevanza penale  sono state trasformate nell’inedita figura di “illecito civile”; con il secondo si è operata una vera e propria abrogazione del reato.

Con l’entrata in vigore di tale disciplina si sono posti una serie di problemi in ordine alla sorte non solo dei procedimenti ancora in corso, ancorchè relativi a fatti commessi antecedentemente all’entrata in vigore della nuova disciplina, ma anche con riferimento a quelli già definiti, con particolare riferimento alla sorte delle statuizioni civili eventualmente già adottate nel corso del procedimento.

I maggiori problemi applicativi, come prevedibile, si sono posti  con riferimento alle nuove figure  di illecito civile, ed avevano trovato soluzioni contrastanti in giurisprudenza.

Con il decreto legislativo 7/2016 si è scelto di togliere rilevanza penale ad una serie di fattispecie delittuose caratterizzate dal fatto di incidere unicamente su interessi provato e di essere perseguibili a querela di parte (as es. l’ingiuria o il danneggiamento), attribuendo alla parte offesa la facoltà di rivolgersi al Giudice civile per ottenere non solo il risarcimento del danno patito , ma altresì l’irrogazione a carico dell’autore del fatto di una sanzione civile, predeterminata dalla legge. Apposita norma, l’art. 12, ha previsto (correttamente) l’applicazione retroattiva della disciplina introdotta anche ai fatti commessi in precedenza, salva l’ipotesi di intervenuto giudicato, mediante la revoca della sentenza o del decreto: “1. Le disposizioni relative alle sanzioni pecuniarie civili del presente decreto si applicano anche ai fatti commessi anteriormente alla data di entrata in vigore dello stesso, salvo che il procedimento penale sia stato definito con sentenza o con decreto divenuti irrevocabili. 2. Se i procedimenti penali per i reati abrogati dal presente decreto sono stati definiti, prima della sua entrata in vigore, con sentenza di condanna o decreto irrevocabili, il giudice dell'esecuzione revoca la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non e' previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti. Il giudice dell'esecuzione provvede con l'osservanza delle disposizioni dell'articolo 667, comma 4, del codice di procedura penale”.

E non avrebbe potuto essere diversamente, tenuto conto del principio di favor rei che permea il nostro ordinamento e del disposto dell’art. 2 co. 2 c.p.: “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l'esecuzione e gli effetti penali”.

I problemi interpretativi sono tuttavia sorti con riferimento alle ipotesi in cui nel corso del procedimento fossero state adottate statuizioni civili in favore del danneggiato costituitosi nel processo penale: che sorte hanno tali statuizioni nel procedimento di impugnazione? E qual è la loro sorte in caso di revoca della sentenza o del decreto contenente statuizioni civili?

La normativa, infatti, nulla prevede, a differenza del “gemello” decreto legislativo n. 8/2016, che all’art. 9 comma 3 espressamente prevede per le ipotesi di depenalizzazione con trasformazione dell’illecito penale in amministrativo: “se l'azione penale è stata esercitata, il giudice pronuncia, ai sensi dell'articolo 129 del codice di procedura penale, sentenza inappellabile perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, disponendo la trasmissione degli atti a norma del comma 1. Quando è stata pronunciata sentenza di condanna, il giudice dell'impugnazione, nel dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato, decide sull'impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili”.

Dopo un’approfondita analisi della normativa e della giurisprudenza, anche costituzionale, rilevante ai fini della soluzione, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno affermato che, in caso di sentenza di condanna relativa a un reato successivamente abrogato e qualificato come illecito civile ai sensi del d.lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, il giudice dell’ impugnazione, nel dichiarare che il fatto non è più previsto dalla legge come reato, deve revocare anche i capi della sentenza che concernono gli interessi civili. In tal caso, ad avviso della Corte (che richiama a sostegno della decisione anche la Corte Costituzionale, sent. n. 12 del 2016), non vi è alcuna ingiustificata lesione dei diritti della parte offesa né disparità di trattamento, atteso che di regola l’azione per il risarcimento dei danni deve essere esperita innanzi al Giudice civile e che tale facoltà rimane impregiudicata. Il codice di rito àncora infatti il potere del Giudice dell’impugnazione di decidere sulle statuizioni civili  solo in caso di condanna dell’imputato (art. 538 c.p.p.), salva l’ipotesi di cui all’art. 578 c.p.p., in cui il Giudice decide agli effetti civili in caso di dichiarazione di estinzione del reato per amnistia o prescrizione.

Conseguentemente, ad avviso della Corte in caso di sentenza di condanna o decreto irrevocabili, il giudice dell’ esecuzione, revoca, con la stessa formula, il provvedimento, lasciando ferme le disposizioni e i capi che concernono gli interessi civili, ferma restando la facoltà della parte offesa di adire il Giudice civile per il risarcimento del danno e l’irrogazione delle sanzioni civili.

Le Sezioni Unite sulle conseguenze della notifica incompleta dell’ atto di impugnazione

Con la recente sentenza n. 18121 del 14 settembre 2016 le Sezioni Unite della Cassazione si sono pronunciate in ordine alle conseguenze della notifica di un atto di impugnazione incompleto perché mancante, nella fattispecie in esame, di tutte le pagine pari.

Nell’ambito di una complicata vicenda condominiale, per quel che qui interessa, la parte vittoriosa si vedeva notificare a mezzo posta una copia del ricorso per Cassazione priva di tutte le pagine pari e si costituiva eccependone l’inammissibilità, essendo stato pregiudicato il suo diritto di difesa a causa dell’incomprensibilità dell’atto. A fronte di tale eccezione, la ricorrente provvedeva a rinotificare copia completa dell’atto impugnazione, eccedendo tuttavia il termine breve dei sessanta giorni dalla notifica del primo ricorso.

La causa veniva inizialmente assegnata in adunanza camerale  alla sezione VI Civile, poi discussa in pubblica udienza innanzi la Sezione II Civile, la quale emetteva ordinanza interlocutoria n. 24856/2015 rilevando l’esistenza di un contrasto interpretativo proprio in ordine alle conseguenze ricollegabili alla notifica di un atto di impugnazione privo di talune pagine.

Gli atti  venivano quindi rimessi al Primo Presidente che riassegnava la causa alle Sezioni Unite.

Il primo quesito che la Corte si trova dover risolvere è il seguente: “ se la consegna al notificando di una copia del ricorso per cassazione privo di alcune pagine, nel caso in cui l'incompletezza dell'atto pregiudichi il diritto di difesa del destinatario a cagione della incomprensibilità assoluta di esso o di sue parti significative  determini l'inammissibilità dell'impugnazione ovvero costituisca un vizio della notifica dell'atto, sanabile con efficacia ex tunc mediante la nuova notifica di una copia integrale del ricorso, su iniziativa del ricorrente o entro un termine fissato dalla Corte di Cassazione”.

Nel caso di specie il ricorso per Cassazione era stato effettivamente notificato alla controparte entro il termine cosiddetto “lungo” di cui all’art. 327 c.p.c.  privo di tutte le pagine pari  e tempestivamente depositato in Cancelleria. La Corte dà atto che dalla lettura dell’atto così notificato era impossibile comprendere il tenore dell’impugnazione e che, in tale ipotesi, sono rilevabili due diversi indirizzi giurisprudenziali in ordine alle conseguenze di siffatta notifica.

Secondo un  primo indirizzo, peraltro maggioritario, “la mancanza di una o più pagine nella copia notificata del ricorso per cassazione comporta l'inammissibilità di esso nel caso o nei limiti in cui tale mancanza impedisca la completa comprensione delle ragioni addotte dal ricorrente a sostegno dell'impugnazione (Cass. Sez. 1, 26-3-2004 n. 6074; Cass. Sez, III, 11-1-2006 n. 264; Cass. Cass. Sez. Un., 22-2-2007 n. 4112; Cass. Sez, Il, 22-1-2010 n. 1213; Cass. Sez. III, 24-10-2011 n. 21977; Cass. Sez. V1-3, 31-10-2013 n. 24656)”.

Nel sottoporre a vaglio critico tali pronunce, le Sezioni Unite rilevano in primo luogo che buona parte di esse, avendo ritenuto comunque comprensibile l’atto di impugnazione sia pur notificato in maniera incompleta, “si sono limitate a disattendere l'eccezione di inammissibilità sollevata dalla parte interessata, senza svolgere significative argomentazioni circa le ragioni che avrebbero potuto giustificare tale ipotetica sanzione, in concreto non applicata”.

Osserva tuttavia la Corte che nemmeno le poche pronunce in cui è stata ritenuta fondata l’eccezione e pronunciata l’inammissibilità dell’impugnazione ci si è soffermati a domandarsi quale fosse il fondamento giuridico di tale declaratoria, operando una sorta di “acritico automatismo tra il vizio di cui si discute (incomprensibilità della copia notificata dell'atto mancante di qualche pagina) e le sue conseguenze (inammissibilità dell'impugnazione)”.

Di diverso parere, invece, è la sentenza Cass. Sez. III, 4 novembre 2014, n. 23420, secondo la quale l’incompletezza dell’atto di impugnazione notificato con conseguente incomprensibilità del suo contenuto determina la nullità non dell’atto, bensì della sua notifica, con la conseguenza che la controparte ha diritto alla rinotifica dell’atto completo di tutte le sue parti e, ove a causa della brevità del termine intercorrente tra la notifica completa in tutti i suoi elementi e la vocatio in ius non sia stata in grado di porre in essere tutte le proprie difese, alla concessione di congruo termini per difendersi e proporre eccezioni.

Le Sezioni Unite decidono fortunatamente di sposare tale secondo indirizzo, sia pur minoritario, più aderente al contesto normativo di riferimento (e al buon senso, nda).

Osserva infatti il Collegio che per dirimere la questione occorre in primo luogo domandarsi quale sia la natura del vizio dedotto e, quindi, le sue conseguenze.

Partendo da tali premesse, la Corte  rammenta che il codice di rito prevede la sanzione dell’inammissibilità di un atto nelle sole ipotesi in cui esso si discosti dal suo modello legale, vizio non rinvenibile in ipotesi di notifica incompleta: “Sinteticamente, può dirsi che le ipotesi di inammissibilità espressamente previste dalla legge sono accomunate dall'esistenza di un vizio di difformità dell'atto di impugnazione rispetto al  modello legale; mentre, nelle fattispecie di inammissibilità elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza, la caratteristica comune è rappresentata dall'esistenza di un vizio esterno all'atto, che riguarda la sussistenza stessa del potere di impugnazione e, quindi, i presupposti dell'azione impugnatoria. Orbene, è agevole rilevare che, in caso di notifica di un atto di impugnazione mancante di qualche pagina (e sempre che, ovviamente, l'originale, ritualmente depositato, sia completo), non ricorre alcuna difformità dell'atto rispetto al modello legale, né è ipotizzabile una questione di carenza dei presupposti dell' impugnazione. Ove, pertanto, nell'ipotesi considerata, si ritenesse l'inammissibilità dell'atto di impugnazione, si finirebbe con l'applicare in via analogica tale gravosa sanzione processuale al di fuori delle fattispecie espressamente considerate dalla legge, e pur essendo certamente configurabile il potere di impugnazione ”.

Conseguentemente, nelle ipotesi sopra considerate deve ritenersi semmai sussistente un vizio nel procedimento notificatorio, che ben può essere sanato con efficacia ex tunc  mediante la rinnovazione della notifica. Deve infatti ritenersi la prevalenza dell’originale sulle copie notificate, come più volte ribadito dalla giurisprudenza di legittimità (ad es. Cass. Sez. Un. 22-2-2007 n. 4112; Cass. 7-5-2015 n. 9262).

Pertanto, con riferimento al quesito posto la Corte afferma il  seguente principio di diritto: “la mancanza, nella copia notificata del ricorso per cassazione (il cui originale risulti ritualmente depositato nei termini), di una o più pagine, ove impedisca al destinatario la completa comprensione delle ragioni addotte a sostegno dell'impugnazione, non comporta l'inammissibilità del ricorso, ma costituisce un vizio della notifica di tale atto, sanabile con efficacia ex tunc mediante la nuova notifica di una copia integrale del ricorso, su iniziativa dello stesso ricorrente o entro un termine fissato dalla Corte di Cassazione, ovvero per effetto della costituzione dell'intimato, salva la possibile concessione a quest'ultimo di un termine per integrare le sue difese”.

Ecco finalmente risolta una questione alquanto dibattuta e non così infrequente nella pratica.

Guida in stato di alterazione psico fisica e prelievi ematici: un problema ancora aperto

Negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo inasprimento delle pene relative alla guida in stato di alterazione psicofisica e  reati conseguenti, con conseguente ampliamento del ricorso ai prelievi ematici al fine di accertare la presenza di alcool o droga nel sangue dei conducenti dei veicoli soggetti a  controllo.

Ciò comporta tuttavia una serie di problemi che, alla luce della scarnità e incompletezza della normativa di riferimento (l’art. 186 co. 5 CdS cita:  per i conducenti coinvolti in incidenti stradali e sottoposti alle cure mediche, l'accertamento del tasso alcolemico viene effettuato, su richiesta degli organi di Polizia stradale di cui all'articolo 12, commi 1 e 2, da parte delle strutture sanitarie di base o di quelle accreditate o comunque a tali fini equiparate. Le strutture sanitarie rilasciano agli organi di Polizia stradale la relativa certificazione, estesa alla prognosi delle lesioni accertate, assicurando il rispetto della riservatezza dei dati in base alle vigenti disposizioni di legge. Copia della certificazione di cui al periodo precedente deve essere tempestivamente trasmessa, a cura dell’organo di polizia che ha proceduto agli accertamenti, al prefetto del luogo della commessa violazione per gli eventuali provvedimenti di competenza. Si applicano le disposizioni del comma 5-bis dell’articolo 187) comporta una serie di problemi interpretativi ai quali, finora, la giurisprudenza ha dato risposte ancora parziali e insoddisfacenti.

Il punto dolens riguarda i presupposti in base ai quali è lecita l’effettuazione dei prelievi ematici presso una struttura sanitaria a seguito di richiesta della Polizia Stradale. Se è infatti pacifico che ciò sia consentito a condizione che vi sia stato un sinistro stradale e che i conducenti dei veicoli coinvolti vengano sottoposti a cure mediche, alquanto dibattuta e controversa è invece la questione relativa al concetto di “sottoposizione a cure mediche” e alla necessità di preavvisare il soggetto sottoposto ad accertamenti della facoltà di farsi assistere da un difensore.

Sempre più frequentemente accade infatti che la polizia stradale intervenuta a seguito di sinistro stradale, nel quale talvolta è coinvolto un solo veicolo, provvedano ad accompagnare il conducente presso il Pronto Soccorso, anche in assenza di qualsivoglia lesione, al solo fine di chiedere l’effettuazione delle analisi ematiche. Tutto ciò senza che il soggetto sottoposto ad accertamento sia minimamente avvisato della facoltà di farsi assistere da un difensore e di rifiutare gli accertamenti richiesti che, anzi, vengono quasi sempre percepiti come obbligatori perché richiesti dalla Pubblica Autorità.

A fronte delle eccezioni di nullità del prelievo sollevate dalla difesa nel corso dei relativi procedimenti, motivate proprio dall’assenza del previo avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore e di rifiutarsi di sottoporsi al prelievo (eventualmente anche dietro consiglio del difensore), i giudici di merito tendono a rigettare la questione, ritenendo che vertendosi in ipotesi di conducente di veicolo coinvolto in sinistro stradale accompagnato presso una struttura ospedaliera per i necessari accertamenti,  le analisi siano pienamente utilizzabili.

La giurisprudenza di legittimità avalla tale filone ermeneutico, ritenendo che la norma non richieda il coinvolgimento necessario di altri veicoli nel sinistro né la correlazione tra il fine terapeutico e il prelievo ematico.

La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione, assegnataria dei ricorsi in materia di guida in stato di alterazione psicofisica e reati connessi, è costante nell’affermare la piena utilizzabilità degli esiti delle analisi conseguenti a prelievi ematici effettuati presso la struttura sanitaria: “I risultati del prelievo ematico, effettuato durante il ricovero presso una struttura ospedaliera pubblica a seguito di incidente stradale, sono utilizzabili nei confronti dell'imputato per l'accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza, trattandosi di elementi di prova acquisiti attraverso la documentazione medica e restando irrilevante, ai fini dell'utilizzabilità processuale, la mancanza del consenso (Sez. 4, n. 8041, 21/12/2011, Rv. 252031; Sez. 4, n. 1827, 4/11/2009, Rv.245997; Sez. 4, n. 4118, 9/12/2008 Rv. 242834)” (Cass. Pen. Sez. 4, n. 12244 del 22 marzo 2016).

Nelle medesime pronunce la Corte sottolinea altresì come, nelle ipotesi sopra indicate, non rilevi affatto il mancato consenso dell’interessato al prelievo dei campioni, essendo unicamente possibile (e ostativo all’effettuazione del prelievo o al suo successivo utilizzo) solo l’espresso rifiuto, richiamando a sostegno delle proprie decisioni anche le pronunce costituzionali che hanno ritenuto legittima la disciplina di cui all’art. 186 Codice della Strada.

Orbene, atteso che le Sezioni Unite, con la nota pronuncia 5396 del 29 gennaio 2015, relativa all’individuazione del termine entro il quale far valere l’eccezione di inutilizzabilità degli accertamenti alcolemici per omesso avviso all’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore (fino alla delibazione della sentenza di primo grado, nda), hanno sottolineato l’importanza che l’ordinamento attribuisce alla necessaria presenza di una difesa tecnica  nel corso dell’intero procedimento, tali decisioni appaiono poco condivisibili. Pretendere infatti un espresso rifiuto all’atto da parte di un soggetto, la parte privata, che nemmeno sa di poterlo opporre appare infatti una forzatura. A meno di non voler ritenere, come sembra arguirsi dalla sentenza n. 12244/2016 citata, che il problema sia superato proprio dall’obbligo di preventivo avviso alla parte della facoltà di farsi assistere da un difensore, che ben potrebbe suggerire all’assistito di opporre il rifiuto all’esecuzione del prelievo.

Del tutto trascurato appare tuttavia il profilo in ordine alla necessità e volontarietà della sottoposizione a cure da parte del conducente coinvolto in sinistro stradale.

La giurisprudenza di legittimità, sempre della 4 Sezione Penale, si è finora limitata ad affermare: “è necessario che il prelievo ematico sia stato eseguito dal personale sanitario della struttura presso cui è stato condotto l'interessato, nell'ambito di un protocollo medico di pronto soccorso; a tal fine, ovviamente, la valutazione se si debba o meno sottoporre il medesimo a cure mediche e procedere anche al prelievo ematico, onde predisporre adeguate cure farmacologiche, è rimessa agli stessi sanitari. Nell'ambito delle cure che vengono in tal modo prestate con il prelievo ematico, gli organi di polizia giudiziaria sono legittimati a richiedere l'accertamento del tasso alcolemico, i cui risultati possono essere utilizzati ai fini penali, indipendentemente dal consenso prestato o meno in tal senso dal guidatore”. Aggiungendo addirittura: “In tale caso, poiché l'acquisizione del risultato dell'accertamento ematico è previsto ex lege, non è affatto necessario, a tutela del  diritto di difesa, che l'interessato venga avvertito della facoltà di nomina di un difensore” (Cass pen. sez. 4, n. 6783 del 12 febbraio 2014).

Nella fattispecie appena esaminata, la Corte si è spinta a ritenere superfluo e non dovuto all’indagato l’avviso di potersi far assistere da un difensore, equivocando la portata e i limiti della disposizione di cui all’art. 186 co. 5 CdS. Su tale ultimo punto non si può che auspicare un nuovo intervento chiarificatore delle Sezioni Unite, che ribadisca l’imprescindibilità delle garanzie difensive e della irrinunciabilità al diritto ad una difesa tecnica sin dalla fase iniziale del procedimento.

In altra pronuncia la Corte ha cercato di definire il concetto di “cure” necessario per far ritenere legittimo il prelievo ematico: “per "cure", nel significato del termine adoperato dal legislatore nella disposizione in esame, devono evidentemente intendersi, per un verso, l'intervento dei sanitari nell'assistere il soggetto - affidato, appunto, alle loro "cure" - e, per altro verso, le determinazioni terapeutiche ritenute più opportune in relazione alle lesioni dallo stesso riportate ed alle sue condizioni di salute (medicazioni, somministrazione di antidolorifici e/o antibiotici, etc” (Cass. Pen. Sez. 4, n. 29882 dell’8 luglio 2014).

Si deve quindi ritenere, ragionando a contrario, che nelle ipotesi in cui il soggetto, pure accompagnato dagli accertatori presso una struttura sanitaria e quivi sottoposto, su richiesta di questi ultimi, a prelievi ematici, non presenti alcun tipo di lesione o patologia né richieda alcun tipo di intervento terapeutico, non siano utilizzabili i risultati delle analisi suddette.


L’art. 83 comma 3 bis DPR 115/2002 e  problemi di applicazione intertemporale: gratuito patrocinio o difesa gratuita?

Con la Legge di Stabilità 2016, la quale aveva il dichiarato scopo di dare una spinta alla stagnante economia italiana, anche velocizzando i pagamenti ai fornitori da parte dello Stato, è stato aggiunto un comma all’art. 83 del testo unico in materia di spese di giustizia (D.P.R. 115/2002, detto anche TUSG), relativo alle modalità di liquidazione dei compensi a ausiliari, consulenti e  difensori di assistiti ammessi al patrocinio a spese dello Stato, che recita testualmente: “Il decreto di pagamento è emesso dal giudice contestualmente alla pronuncia del provvedimento che chiude la fase cui si riferisce la relativa richiesta”.

Sotto il profilo pratico ciò vuol dire che nelle cause civili l’istanza di liquidazione deve essere presentata al più tardi nell’udienza di precisazione delle conclusioni (per le cause ordinarie) ovvero nel corso dell’udienza di discussione (per le udienze camerali), mentre in precedenza era prassi invalsa depositare l’istanza di liquidazione solo dopo che il procedimento era concluso (anche perché diverse Autorità Giudiziarie richiedevano, ai fini della liquidazione, che fosse allegata copia del provvedimento conclusivo del procedimento).

Dalla lettura della nuova disposizione e dal contesto del suo inserimento apparirebbe piuttosto evidente che la sua ratio risiede nell’esigenza di accelerare i tempi di liquidazione dei compensi dei soggetti che hanno prestato attività in favore di un soggetto ammesso al patrocinio gratuito, i quali, spesso, si trovano ad aspettare anni prima di ottenere il (già modesto) compenso spettante. La norma, inoltre, non contiene alcuna sanzione in caso di inosservanza del termine indicato.

Ciò nonostante, alcuni Tribunali, primo tra tutti quello di Milano, hanno interpretato la norma in senso sfavorevole al difensore che avrebbe diritto a vedersi riconosciuto il compenso per l’attività svolta in favore dei non abbienti, ritenendo che da essa derivi la preclusione a presentare istanza di liquidazione dei compensi una volta concluso il procedimento.

Già tale assunto, ad avviso della scrivente, non è affatto condivisibile, alla luce del testo letterale della norma e dello spirito della modifica. Ciò nonostante, il Tribunale di Milano, all’indomani dell’entrata in vigore del nuovo testo della disposizione in oggetto, ha cominciato a ritenere inammissibili, perché tardive, anche le istanze di liquidazione compensi relative ad attività svolta nell’ambito di processi civili con riferimento ai quali l’udienza di precisazione delle conclusioni o di discussione era già stata tenuta ante modifica legislativa  ma  il provvedimento conclusivo era stato depositato successivamente. A tale conclusione i Giudici ambrosiano giungono attraverso un’esegesi per nulla condivisibile della norma e l’improprio richiamo a pronunce della Cassazione relative a fattispecie ben diverse.

Ma andiamo con ordine.

Il primo provvedimento in materia di interpretazione del nuovo testo dell’art. 83 DPR 115/2002 del quale la scrivente è a conoscenza è  l’ordinanza del 22 marzo 2016 del Tribunale di Milano Sezione IX Civile, a firma del relatore dott. Buffone, il quale ha anche pubblicato un articolo sull’argomento sul sito di informazione giuridica www.ilcaso.it (il dott. Buffone fa parte del Comitato scientifico della rivista on line), nel quale  viene accolta l’istanza di liquidazione presentata in udienza dal difensore di parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato. Il Giudice, nell’accogliere la domanda, afferma nella parte motiva che nella fattispecie in esame trova applicazione il nuovo testo dell’art. 83 trattandosi di istanza successiva all’entrata in vigore del testo modificato, ma aggiunge: “con il provvedimento che chiude il giudizio davanti a sé, il giudice si spoglia della potestas decidendi e non può più provvedere alla liquidazione avendo perso il relativo potere; in casi analoghi, la giurisprudenza è nel senso che l’eventuale provvedimento giudiziale di liquidazione del compenso erariale sia illegale o comunque abnorme (v. Cass. Civ. n. 18204/2008; Cass. Civ. 11418/2003); - il difensore il cui compenso non sia stato liquidato nel corso del processo non decade dal relativo diritto potendo richiederlo con procedimento ordinario o con ingiunzione di pagamento (v., in casi analoghi, Cass. Civ. 7633 del 2006)”.

Lo stesso giudice estensore, in articolo sempre apparso sul sito www.ilcaso.it, dal titolo “Patrocinio a spese dello Stato – Prima lettura del nuovo art. 83 D.P.R. 115/2002”, ribadisce la tesi della improponibilità dell’istanza di liquidazione dopo la conclusione del procedimento, precisando tuttavia: “ Questa conclusione merita, però, un correttivo al fine di salvaguardare l’affidamento incolpevole delle parti ammesse al beneficio in data anteriore all’entrata in vigore della nuova normativa: in tanto il giudice potrà applicarla in quanto essa sia entrata in vigore in un momento del processo che consentiva al difensore di presentare la sua istanza. Valga un esempio: il nuovo art. 83 cit. non può applicarsi per i processi a rito ordinario che, alla data dell’1 gennaio 2016, erano già nella fase di pendenza dei termini ex artt. 189, 190 c.p.c. Per queste cause, infatti, la norma è entrata in vigore allorché la parte non era più ormai nelle condizioni per rispettarli”. Più avanti, l’Autore si interroga sulle ipotesi in cui il difensore del soggetto ammesso al patrocinio a spese dello Stato non abbia presentato tempestiva istanza, ritenendo che in tali fattispecie, così come deciso in casi analoghi, egli possa chiedere il compenso in via ordinaria, citando la pronuncia  n. 7633/2006 della Cassazione Civile.

Il Presidente delle Sezioni Civili del Tribunale di Alessandria ha adottato un provvedimento del 5 aprile 2016 con il quale si rende noto che, a seguito dell’introduzione della nuova norma, a decorrere dall’entrata in vigore della stessa verrà pronunciato non luogo a provvedere per tutte le istanze depositate dopo l’ultima udienza utile prima della decisione, facendo ovviamente salve le ipotesi in cui tale termine sia già decorso prima dell’entrata in vigore della modifica.

Il Tribunale di Verona, in persona del dott. Vaccari (responsabile della redazione locale di Verona de www.ilcaso.it), con ordinanza dell’8 aprile 2016, sempre pubblicata sul sito, pronunciandosi in merito ad istanza di liquidazione compensi per assistenza in favore di soggetto ammesso al patrocinio a spese dello Stato relativa a procedimento dichiarato estinto ben prima della presentazione della stessa, afferma: “da un lato può decisamente escludersi che tale disposizione abbia introdotto un onere, di carattere generale, per il difensore della parte ammessa al patrocinio erariale di depositare la richiesta di liquidazione entro la chiusura della fase, a pena di inammissibilità o di decadenza, in mancanza dell’espressa previsione di una simile conseguenza; d’altro lato siffatto onere è invece ravvisabile, ad avviso di questo giudice, nel caso come quello di specie in cui il giudizio sia destinato all’estinzione e ciò al fine di consentire al giudice l’adozione del decreto di liquidazione contestualmente o prima della pronuncia di estinzione”.

Con tale pronuncia viene quindi tenuta ben distinta l’ipotesi in cui il procedimento fosse destinato all’estinzione rispetto a quella, diversa, in cui il giudizio è invece stato definito.

Il Tribunale e la Corte d’appello di Torino hanno adottato, ad aprile 2016, dei Protocolli d’intesa che disciplinano la presentazione delle istanze di liquidazione presentate successivamente alla modifica legislativa.

In tale contesto normativo ed interpretativo, come già accennato, alcuni Giudici del Tribunale di Milano hanno però dichiarato il non luogo a provvedere per tardività dell’istanza in ipotesi in cui l’udienza di precisazione conclusioni o di discussione era già intervenuta prima dell’introduzione del comma 3 bis dell’art. 83 DPR 115/2002.

La Sezione X Civile ha emesso due ordinanze gemelle il 14.09.2016, rigettando l’istanza di liquidazione compensi presentata da un difensore, che aveva svolto la propria opera in favore di soggetti ammessi al patrocinio a spese dello Stato i cui procedimenti erano stati definiti già nel corso dell’anno 2015, ritendo in maniera del tutto incongrua (attesa la prassi applicata dallo stesso Tribunale fino all’introduzione della modifica normativa) che già prima della riforma dell’art. 83 DPR 115/2002 la contestualità dell’istanza fosse richiesta a pena di inammissibilità, citando le pronunce della Cassazione Civile nn. 28299/09, 18204/2008, 11418/2003.

Anche la Sezione IX Civile ha emesso decreto simile, datato 18.07.2016, nel quale, pur dando atto che la causa era stata trattenuta in decisione il 25.10.2015, ha dichiarato tardiva l’istanza perché presentata successivamente al deposito del provvedimento conclusivo del procedimento e richiamando a sostegno della propria decisione Cass. nn. 18204/2008, 11418/2003 e 7633/2006. Da notare che nel caso di specie in sentenza si dava comunque atto dell’ammissione della parte al patrocinio a spese dello Stato e venivano liquidate “d’ufficio” le spese in suo favore (il difensore aveva infatti depositato la nota spese unitamente alle comparse conclusionali),  ponendole a carico dell’altra parte, che dovrà corrisponderle all’erario ex art. 133 DPR 115/2002 (sic!).

Trattasi di decisioni del tutto destituite di fondamento ed i richiami giurisprudenziali operati sono erronei e attengono a fattispecie del tutto diverse.

Nella pronuncia n. 28299 del 31.12.2009  la Cassazione Sezione Lavoro si occupava del caso, del tutto diverso, in cui era stato impugnato il decreto di liquidazione di onorario di CTU emesso dopo che il giudizio era stato già definito con pronuncia di compensazione delle spese tra le parti, oltretutto ponendolo dapprima a carico di parte resistente e poi, “su segnalazione del difensore”, a carico di parte resistente (sic!). Il Collegio accoglieva il ricorso proposto dalla parte onerata della spesa affermando da un lato che il giudice non può più provvedere alla liquidazione del compenso del consulente tecnico d’ufficio una volta definito il procedimento, dall’altro che in ipotesi di mancata liquidazione il consulente potrà comunque agire in via ordinaria nei confronti delle parti del procedimento per vedersi liquidare il dovuto. Decisione ineccepibile trattandosi, appunto, di liquidazione compensi al CTU, il cui onere viene posto in capo alle parti in base ai principi di soccombenza di cui all’art. 92 c.p.c. Trattasi di situazione del tutto diversa da quelle del difensore di soggetto ammesso al patrocinio a spese dello Stato, il cui compenso viene, appunto, corrisposto dallo Stato proprio perché il beneficiario non sarebbe in grado di provvedere al pagamento (e per tale motivo liquidato in misura notevolmente inferiore a quella genericamente applicata, visto che l’art.130 del D.P.R. 115/2002 prevede che in materia civili gli onorari  siano ridotti alla metà!).

La sentenza della III Sezione Civile n. 18204 del 3.07.2008 si riferisce invece all’impugnazione di un decreto di liquidazione compensi in favore dell’Istituto Vendite Giudiziarie per custodia beni pignorati, dichiarato inammissibile in quanto avverso il provvedimento non era stata preventivamente proposta opposizione ex art. 170 DPR 115/2002. Nella parte motiva si afferma, incidenter tantum, che ove non si sia provveduto alla liquidazione dei compensi del CTU o dell’ausiliario del Giudice nel corso del giudizio, la liquidazione possa essere richiesta solo in via ordinaria o monitoria.

Anche la Sezione II Civile, con sentenza n. 11418 del 22.07.2003 annulla il decreto di liquidazione compensi del CTU, emesso dopo la definizione del procedimento (e la conseguente regolazione delle spese) e ponendo il pagamento  a carico di una delle parti, per sopravvenuta carenza di potere, ferma restando la facoltà del C.T.U. di agire per le vie ordinarie per ottenere il giusto compenso.

Sempre di istanze di liquidazione compensi formulate dal CTU si occupa la Sezione II Civile, con  sentenza n. 7633 del 31.05.2006, peraltro pronunciata sotto la vigenza delle disciplina antecedente il D.P.R. 115/2002, ribadendo il principio secondo il quale il Giudice non può liquidare il compenso al CTU una volta concluso il procedimento, ma questi ha comunque il diritto di agire in via ordinaria.

Dalla panoramica svolta appare evidente che tutte le pronunce richiamate nei decreti di non luogo a provvedere qui sottoposti ad analisi critica sono del tutto inconferenti.

La disciplina della liquidazione dei compensi in favore del CTU o di altro ausiliario del Giudice è infatti del tutto diversa rispetto a quella del difensore della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato, a la ragione dell’inammissibilità delle istanze presentate dopo la pronuncia è logicamente individuabile nel fatto che tali spese, una volta liquidate,  vengono poste a carico delle parti nella misura che il Giudice ritiene congrua: la loro liquidazione successiva comporterebbe quindi la modifica della statuizione in punto di spese. Ciò non toglie che il  CTU o l’ausiliario conservano il diritto a vedersi riconosciuto per altra via il compenso per l’opera prestata.

Ma quid iuris in materia di patrocinio dei non abbienti? È legittimo affermare che anche in tali casi il soggetto non pagato, cioè il difensore, una volta depositato il provvedimento conclusivo debba agire in via ordinaria o per decreto ingiuntivo per ottenere il pagamento di un’attività che ha svolto in favore dello Stato? E contro chi dovrebbe agire?

In tali casi, secondo logica, il difensore, dovrebbe agire non nei confronti della parte ammessa al beneficio (avverso la quale, giusto il disposto di cui all’art. 85 DPR 115/2002, non può chiedere né percepire compensi diversi da quelli liquidati a norma degli artt. 82 e ss.) bensì nei confronti dello Stato, in persona del Ministero di Grazia e Giustizia, con conseguenti ulteriori oneri a suo carico (atteso che, in virtù dell’art. 92 c.p.c., in caso di accoglimento della domanda il Giudice dovrebbe provvedere anche alla regolazione delle spese, incluse quelle relative all’iscrizione a ruolo della causa) e ulteriore intasamento degli uffici giudiziari, già oberati di lavoro.

In alternativa, il difensore può scegliere di proporre opposizione ex art. 170 TUSG avverso il provvedimento di non luogo a procedere, come sembra affermare la Cassazione anche nelle sentenze nn. 7633/2006 e 18204/2008 sopra analizzata, con le medesime conseguenze.

Risultato paradossamente opposto a quello che ha ispirato la nuova normativa.

 

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